immunosenescenza il ruolo dei macrofagi in un nuovo studio di Nature aging

Un recente studio pubblicato su Nature Aging, dal titolo “Restoring resident tissue macrophages to combat aging and cancer” di Matthew D. Park, Nader Yatim e Jing Zhang. E' un lavoro che non propone una “cura” miracolosa, ma apre una finestra su un protagonista spesso sottovalutato: il sistema immunitario.

macrofagi longevità


Nel mio libro parlo degli hallmarks of aging, cioè le caratteristiche fondamentali dell’invecchiamento biologico: tra queste ci sono la senescenza cellulare e l’infiammazione cronica di basso grado, nota come inflammaging. Curiosamente, il sistema immunitario non compare ufficialmente in questa lista. Eppure, se lo osserviamo più da vicino, sembra essere ovunque. Lo studio di Park e colleghi si concentra su alcune cellule immunitarie chiamate macrofagi, che vivono stabilmente nei nostri tessuti e rimuovono detriti, coordinano le difese e mantengono l’equilibrio interno. Con il passare degli anni, però, queste cellule cambiano. Diventano meno efficienti, più “rumorose”, e iniziano a contribuire a quello stato di infiammazione cronica che accompagna molte malattie dell’età avanzata, incluso il cancro. L’idea dello studio è : se riuscissimo a ripristinare il corretto funzionamento di queste cellule, potremmo influenzare in modo significativo il processo di invecchiamento.

A questo punto, è sorprendente scoprire che questa intuizione non è del tutto nuova. Più di un secolo fa, Élie Metchnikoff, uno dei padri dell’immunologia moderna, aveva già intuito qualcosa di simile. Nel suo libro “La natura dell’uomo: Studi di filosofia ottimistica” del 1903, Metchnikoff rifletteva sull’invecchiamento come risultato di una sorta di disarmonia interna al corpo. Aveva studiato cellule capaci di “divorare” batteri e detriti — quelle che oggi riconosciamo come antenati concettuali dei macrofagi — e si chiedeva se, col tempo, queste stesse difese potessero contribuire al decadimento dell’organismo.

Metchnikoff


Ma non si fermò qui. In un’epoca in cui la parola “microbiota” non esisteva nemmeno, Metchnikoff intuì che l’intestino e i suoi microrganismi potessero avere un ruolo decisivo nella salute e nella longevità. Pensava che alcune sostanze prodotte dai batteri intestinali potessero accelerare l’invecchiamento, e suggeriva che modificare la flora intestinale potesse avere effetti benefici. Oggi, più di cento anni dopo, queste idee trovano un’eco sorprendente nella ricerca moderna.

Metchnikoff vedeva l’essere umano come un organismo non perfettamente “rifinito”, segnato da una sorta di evoluzione incompleta. Un’idea che, in modo quasi poetico, richiama la visione della natura come processo in divenire proposta da Friedrich Wilhelm Joseph Schelling. Non un sistema statico e perfetto, ma una realtà in continuo sviluppo, con equilibri ancora instabili.

Lo studio pubblicato su Nature Aging non fa che riportare alla luce, con strumenti moderni, una domanda antica: e se il nostro invecchiamento dipendesse anche dal modo in cui il nostro stesso organismo si difende? E se, imparando a “rieducare” queste difese, potessimo non solo vivere più a lungo, ma vivere meglio?

Forse non siamo di fronte a una rivoluzione immediata. Ma siamo certamente davanti a una nuova prospettiva: quella in cui il sistema immunitario, da semplice guardiano, diventa uno dei principali registi del tempo che scorre dentro di noi. L'immuno senescenza ad oggi non è un Hallmarks of aging a se stante ma è un elemento trasversale che coinvolge senescenza e inflammaging in modo diretto e per questo è molto interessante.


Link all'articolo: Nature Aging



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