Semaglutide e longevità: può un farmaco per l’obesità rallentare l’invecchiamento?

 


Negli ultimi anni i farmaci agonisti del recettore GLP-1, come la semaglutide, hanno cambiato profondamente il trattamento dell’obesità e di alcune malattie metaboliche.

Ma la ricerca sta iniziando a porsi una domanda ancora più interessante:

  questi farmaci potrebbero avere effetti favorevoli anche sui processi dell’invecchiamento?

Abbiamo già visto in un precedente articolo, che questa ipotesi era stata presa in considerazione perchè il tessuto adiposo in eccesso è metabolicamente attivo ed è associato a infiammazione cronica, insulino-resistenza e alterazioni del metabolismo, tutti fenomeni che possono contribuire all'invecchiamento dell'organismo.

Un nuovo studio sulla semaglutide

Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature ha aggiunto un dato particolarmente interessante.

I ricercatori hanno trattato con semaglutide topi femmina anziani, di circa 20 mesi di età, osservandoli durante la fase avanzata della loro vita.

Il risultato più curioso riguarda la sopravvivenza: nei topi di controllo la sopravvivenza mediana è stata di circa 742 giorni, mentre negli animali trattati con semaglutide è arrivata a circa 834 giorni.

Si tratta di una differenza di circa 92 giorni, pari a poco più del 12%.

Naturalmente, questo dato deve essere interpretato con molta cautela: non significa che la semaglutide sia in grado di aumentare la durata della vita nell'uomo o almeno ancora non possiamo dirlo.

Non è soltanto una questione di peso

L'aspetto più interessante dello studio è che gli effetti osservati non riguardavano semplicemente la perdita di peso.

I ricercatori hanno infatti valutato diversi aspetti dell'invecchiamento e della salute dell'animale, osservando effetti favorevoli su metabolismo, controllo della glicemia, attività fisica,  funzioni cognitive e diversi parametri biologici legati all'invecchiamento.

Gli autori hanno inoltre confrontato la semaglutide con una restrizione calorica del 24%. I due interventi hanno prodotto diversi effetti in comune, mentre in alcuni test la semaglutide ha mostrato risultati più favorevoli, per esempio per quanto riguarda l'attività esplorativa, la memoria spaziale e il controllo glicemico.

Questo è interessante perché suggerisce che gli effetti della semaglutide potrebbero non dipendere esclusivamente dalla quantità di cibo introdotta e dalla conseguente perdita di peso.

Attenzione però: lo studio non dimostra che la semaglutide sia superiore alla restrizione calorica nel prolungare la vita. Il dato sulla sopravvivenza riguarda il confronto tra animali trattati con semaglutide e animali di controllo.

Perché si parla di longevità?

Il collegamento con la longevità nasce quindi da un concetto più ampio.

Ridurre l'eccesso di tessuto adiposo, migliorare la sensibilità insulinica, controllare la glicemia e ridurre alcune condizioni associate all'infiammazione cronica può contribuire a creare un ambiente metabolico più favorevole alla salute nel tempo.

In altre parole, perdere peso può essere solo una parte del beneficio.

Nel mio studio a Taranto come medico dietologo, quando valuto un paziente con obesità, cerco infatti di considerare non soltanto il numero sulla bilancia, ma anche la distribuzione del grasso corporeo, la massa muscolare, i parametri metabolici e il rischio cardiovascolare.

L'obiettivo non dovrebbe essere semplicemente "pesare meno", ma stare meglio e mantenere più a lungo una buona salute metabolica.

Semaglutide e longevità nell'uomo: siamo ancora all'inizio

Questi risultati sono certamente interessanti, ma bisogna evitare conclusioni premature.

Lo studio è stato condotto su animali da laboratorio e non dimostra che la semaglutide allunghi la vita delle persone. Inoltre, i risultati ottenuti in topi anziani non possono essere automaticamente trasferiti all'uomo.

Serviranno studi clinici di lunga durata per capire se gli effetti osservati possano tradursi anche nell'essere umano e se gli agonisti GLP-1 possano realmente avere un ruolo nella prevenzione delle malattie legate all'invecchiamento.

Per il momento, quindi, possiamo parlare di una nuova e interessante direzione della ricerca sulla longevità, non ancora di una terapia anti-invecchiamento.

La vera prospettiva, probabilmente, non è cercare una singola "pillola della longevità", ma capire come farmaci, alimentazione, attività fisica, composizione corporea e controllo dei fattori di rischio possano contribuire insieme a mantenere più a lungo una buona salute.

Fonte:

Nature

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